I Comuni medievali: un rimedio alla crisi?

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Che nozioni ci insegnano a scuola, quando si studia l’età dei comuni del XII secolo? I comuni italiani furono un mirabile esempio di città-stato, un sistema “autogestito” che manteneva la sua autonomia distaccandosi dal grande impero tedesco. Formalmente, soprattutto nelle prime fasi, l’imperatore del Sacro Romano Impero continuò a mantenere i suoi poteri e i suoi titoli, ma di fatto era il comune stesso a esercitare le prerogative regie.
A scuola si insegna che ciò fu dovuto al benessere economico di cui si godette in quel periodo. Disponendo di maggiori risorse, le città poterono far valere con più forza le loro richieste ed ebbero minori difficoltà a rendersi autonome da quell’impero che le aveva finora dominate, nonché dal potere vescovile.

Mi ha però colpito un’altra interpretazione, formulata dal professore di Oxford Chris Wickham nel suo libro “Sonnambuli verso un nuovo mondo”. Si ipotizza che non fu il benessere economico a dare il via allo sviluppo dei comuni, bensì la crisi politica che aveva coinvolto l’impero e la rete ecclesiastica. La nascita di queste città-stato sarebbe stata dunque una reazione quasi inconsapevole (da sonnambuli, come dice il titolo) a un momento di fragilità politica. Sicuramente, questa nuova prospettiva storica è molto ardita e quasi provocatoria, poiché si mettono in secondo piano le dinamiche economiche; tuttavia, quello che mi affascina è il confronto con il mondo in cui viviamo oggi.

Anche adesso stiamo reagendo a un sistema che ormai sta rivelando tutta la sua inconsistenza! Prima di tutto in politica: in Italia la vuotezza del sistema politico di questi decenni ha fatto scaturire, in modo quasi inconsapevole, espressioni politiche del tutto nuove e potenzialmente molto interessanti. Durante l’età dei comuni, i giuristi ebbero mezzi sempre più efficienti e meno arretrati per gestire lo scenario collettivo. Adesso abbiamo internet, e strumenti molto potenti di informazione e aggregazione (mezzi che, come sappiamo, possono rivelarsi anche molto pericolosi). Adesso molti giovani hanno accesso agli studi universitari, proprio come in età comunale gli studiosi ebbero accesso a opere prima dimenticate e perdute.

Naturalmente sarebbe assurdo, quasi folle, sostenere la possibilità che l’Italia possa muoversi verso un nuovo Rinascimento. Eppure penso che se un’istituzione importantissima come quella dei comuni si è formata a partire da una crisi, come sostiene Wickham, allo stesso modo è possibile che dalla crisi italiana attuale possa sorgere nuovamente qualcosa di bello. Si consideri ad esempio il mondo del lavoro. Quello che spero è che il calo di occupazione possa dare vita a nuove forme di iniziativa personale, in modo da creare quel lavoro che attualmente purtroppo non c’è. Eppure questo avvenne nel Medioevo, dopo la crisi economica che durò fino all’anno Mille: si inventarono moltissime nuove forme di commercio e di scambio economico.

Il Medioevo ha molto da insegnarci. Se produsse meraviglie in campo letterario, va anche ricordato che eccelse anche dal punto di vista politico, economico e sociale proprio per risolvere situazioni critiche e davvero devastanti: la comunità dimostrò tutta la sua volontà di rialzarsi più forte di prima. Ogni epoca buia, ogni “età oscura”, insomma, può essere il punto di partenza per una rinascita.

Antonio

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

“Primavere romantiche”, Guido Gozzano

Buon pomeriggio!

Il componimento che intendo proporvi è di Guido Gozzano, poeta del Novecento, il cui titolo è “Primavere romantiche”.
Egli era particolarmente legato a Torino, sua città natale, ma anche al vicino ambiente canavesano dove riscontrava splendidi paesaggi, una natura incontaminata, e tutto ciò emerge chiaramente dalle sue poesie. Egli appartiene alla corrente letteraria del Crepuscolarismo intrisa di sentimenti quali insoddisfazione e nostalgia per gli antichi valori che si erano ormai dissolti a causa del progresso; si cercava di rifugiarsi nella propria anima. Guido Gozzano purtroppo morì giovane, all’età di trentadue anni per via della tubercolosi polmonare che, a quel tempo, colpiva un gran numero di persone.

Di seguito il testo di “Primavere romantiche”:

“Non turbate il silenzio. Tutto tace

verso la donna rivestita a lutto:
la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
illude la dolente… O pace! pace!
O pace, pace! Poiché nulla spera
ormai la donna declinante. Invano
fiorisce di viole il colle e il piano:
non ritorna per lei la primavera.
Oh antiche primavere! Oh i suoi vent’anni
oimè per sempre dileguati. Quanto,
oh quanto ella ha sofferto e come ha pianto!
Atroci sono stati i suoi affanni.
Nulla più spera ormai: però la bella
timida primavera che sorride
dilegua la mestizia che la uccide,
e un sogno antico in lei si rinnovella.
Non pure ieri il piede ella volgea
allo stagno che l’isola circonda?
Ella recava un libro ove la bionda
reina per il paggio si struggea:
(avea il volume incisioni rare
dove il bel paggio con la mano manca
alla donna offeria la rosa bianca
e s’inchinava in atto d’adorare).
O sogni d’altri tempi, o tanto buoni
sogni d’ingenuità e di candore,
non sapevate il vuoto e il vostro errore
o innocenti d’allor decameroni!
Ella col libro qui venia leggendo
e a quando a quando in terra s’inchinava
la mammola, l’anemone, e la flava
primula prestamente raccogliendo.
Oh tutto Ella ricorda: le turchine
rose trapunte della bianca veste,
la veste bianca in seta, e la celeste
fascia che le gonfiava il crinoline.
Poi apriva il cancello, e il ponte stesso
dove or riposa la persona stanca
allora trascorreva agile e franca
né s’indugiava come indugia adesso.
Poi entrava nell’isola, e furtiva
in fra il tronco del tremulo e del faggio
guatava se al boschivo romitaggio
l’amico del suo sogno conveniva.
Oh tutto Ella ricorda! Ecco apparire
l’Amato: giunge al margine del vallo
dell’acque, e raffrenato il suo cavallo
il cancello la supplica d’aprire.
«Non dunque accetta è l’umile dimanda
del vostro paggio, o bella castellana?
Combattuto ha per voi; fatto gualdana
egli ha per voi, magnifica Jolanda.»
Egli disse per gioco. D’un soave
sorriso ella rispose: assai le piacque
il madrigale, ed al di là dell’acque,
sorridendo d’amor, getta la chiave.
Oh tutto Ella rammemora. Non fu
ieri? No, non fu ieri. Il lungo affanno
ella dunque già scorda? O atroce inganno
quel dolce aprile non verrà mai più…
Non turbate il silenzio. Tutto tace
verso la donna rivestita a lutto,
la campagna, lo stagno, il cielo, tutto
illude la dolente… O pace, pace!”

Sembrerebbe che una giovane donna di vent’anni sia a lutto a causa della morte del suo amato. Ella rievoca diverse immagini: luoghi e momenti che aveva condiviso con lui e Guido Gozzano utilizza dei termini dolci che allo stesso tempo rivelano quella malinconia in grado di attanagliare l’animo nel profondo.
La donna non nutre più alcuna speranza, e si fa riferimento a primavere felici che non potranno più tornare; ricorda il bosco in cui si fermava a leggere un libro, nel quale vi era anche uno stagno, mentre attendeva il fanciullo. E poi lo scorgeva in lontananza, la gioia prendeva il sopravvento. Era il mese di Aprile, l’ultimo trascorso insieme. Lei adesso ha solamente bisogno di pace.
Credo che questa poesia sia incantevole. Gozzano riesce a contrapporre i sentimenti in maniera chiarissima. Nei suoi testi, esprimeva felicità ma anche la tristezza, specie in riferimento alla morte. Vi è sempre questa contrapposizione vita-morte che arricchisce – e sconvolge – l’esperienza del lettore. Inoltre anche in questo caso, come potete notare, il poeta fece riferimento all’angoscia e alla sofferenza per la sua malattia che presto lo avrebbe condotto proprio alla morte; difatti è proprio un giovane morto prematuramente il tema del componimento.
Mentre lo leggo, mi sembra quasi di vedere questa giovane donna seduta a leggere, poco prima di correre verso il suo amato non appena egli compare all’orizzonte… Ammetto di emozionarmi e di immedesimarmi molto dinanzi a questa vivida immagine!
Sicuramente abbiamo a che fare con un autore da non dimenticare, che riesce sempre a far breccia nel cuore di chi si imbatte nei suoi nostalgici versi.
Un bacio a tutti! 🙂

Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

I baci più emozionanti

Buon pomeriggio!

Visto che oggi è San Valentino, la festa degli innamorati, ho deciso di scrivere un articolo più particolare proponendovi diversi dipinti che raffigurano un bacio, a mio parere i più belli. Inoltre, dal momento che si tratta di una festa, ho pubblicato questo articolo anche su Libero Emisfero.

Innanzitutto dedico questo articolo al mio Antonio, che amo con tutto il mio cuore, e a tutte quelle persone che ogni giorno hanno sempre il coraggio di guardarsi negli occhi e non si stancano mai di dirsi “ti amo”.

Chiaramente il giorno di San Valentino è solamente un simbolo. Chi si ama in modo autentico, continua a farlo tutti i giorni e il 14 Febbraio serve solamente a celebrare tutto ciò. Piuttosto, penso che purtroppo ci siano molte coppie che pur non amandosi davvero, festeggino ormai solo per abitudine il giorno di San Valentino.

Ma andiamo ai nostri baci:

1. “Il Bacio” di Gustav Klimt

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“Si persero in quel bacio divenendo quasi un tutt’uno. Lei si abbandonò a lui e quest’ultimo le prese il viso e la fece sentire al sicuro affinchè potesse dimenticare tutte le ferite che in passato erano state arrecate al suo cuore”.

“Il bacio” di Gustav Klimt risale al 1907-1908, le dimensioni sono 180×180 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso l’Osterreichische Galerie Belvedere di Vienna.

Esso s’inserisce nel famoso “periodo aureo” di Gustav Klimt in cui il colore prevalente dei suoi dipinti era l’oro. Difatti, l’intero quadro è avvolto da questo manto aureo.

Il dipinto raffigura un uomo e una donna che si scambiano un tenero bacio. Lei è inginocchiata, mentre lui si accosta a lei con dolcezza, adagiando una mano sul suo volto. Entrambi si trovano su un piccolo prato formato da fiorellini violetti che ricorda un po’ gli hortus conclusus medievali dove vi erano questi piccoli spazi erbosi circondati da alte mura e in cui i monaci erano soliti coltivare piante a scopi alimentari e medicinali. Le due figure sembrano quasi fondersi, dal momento che il colore dei loro abiti è identico. A differenziarli è solo un particolare, ovvero il fatto che l’abito dell’uomo è rappresentato da figure geometriche, come rettangoli neri, mentre quello della donna è rappresentato da figure circolari e colorate. Con quest’opera, Klimt voleva effettuare un completo legame tra uomo e donna abbattendo tutte quelle diversità che li caratterizzano e che molto spesso li rendono distanti l’uno dall’altra. Queste differenze si possono notare, ad esempio, nelle figure geometriche degli abiti (come dicevamo prima), nell’imponenza dell’uomo contrapposta alla delicatezza della donna, nelle dita affusolate e di carnagione scura dell’uomo in contrasto con la pelle diafana della fanciulla e via dicendo. La luce proviene dai personaggi stessi e non da ciò che li circonda.

2. “Il Bacio” di Francesco Hayez 

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“Tornerò, ve lo prometto. Io da voi torno sempre” e detto ciò le posò un fugace bacio sulle labbra per poi mettersi in cammino verso una meta che non sapeva se lo avrebbe ricondotto alla sua amata; eppure, non avrebbe mai smesso di pensarla e di lottare per rivederla”.

“Il bacio” di Francesco Hayez risale al 1859, le dimensioni sono 112×88 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso la Pinacoteca di Brera di Milano.

Il contesto in cui s’inserisce il quadro sono gli eventi che seguono il Congresso di Vienna e dunque i vari processi che portarono poi all’Unificazione d’Italia. Vi furono varie versioni del dipinto.

L’ambientazione è prettamente medievale: si tratta dell’androne di un castello in cui due giovani sono concentrati in un intenso bacio. Anche qui, lui le prende teneramente il viso fra le mani e lei si lascia andare completamente. I colori li definirei piuttosto essenziali. La fanciulla indossa un abito azzurro cielo e l’uomo un mantello marrone, una calzamaglia rossa e un cappello grigio tortora. Il dipinto è composto da diagonali le quali seguono l’andamento dei tre gradini sulla destra per poi congiungersi nel punto di fuga che di trova sulla sinistra dei due amanti. Sulla parete di fronte è poi presente un’ombra di cui vi sono più interpretazioni: può trattarsi di una domestica o di qualcuno che spia i due giovani. Non si sa con esattezza.

Tuttavia, non si tratta di un semplice bacio travolgente. Hayez, difatti, unisce sia il sentimento che provano i due sia l’amor di patria, l’amore politico-militare. È come se loro due divenissero l’emblema, la personificazione dell’Italia finalmente unita. Inoltre, è attraverso i colori che si può estrapolare un chiaro messaggio: l’azzurro dell’abito di lei e il rosso della calzamaglia di lui stanno infatti ad indicare la bandiera francese, in quanto il pittore voleva rendere omaggio alla Francia dal momento che si era alleata con l’Italia dopo aver stipulato gli accordi di Plombières tra Napoleone III e Camillo Benso Conte di Cavour.

La parte sinistra del quadro emana una luce che si proietta direttamente sui due personaggi.

3. “Il Bacio con la finestra” di Edvard Munch

Edvard_Munch_-_Kiss_by_the_window_(1892)

“Si lasciarono travolgere da quel bacio annullando ogni distanza, ogni timore. E mentre erano come pietrificati in quell’istante, nel frattempo il mondo lì fuori non cessava di muoversi”. 

Il Bacio con la finestra” risale al 1892, le dimensioni sono73x92 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso il National Museet for Kunst a Oslo.

Il dipinto s’inserisce in un gruppo intitolato “Il fregio della vita” all’interno del quale Munch creò opere dedicate al ciclo della vita, all’amore e alla morte. Queste opere furono realizzate dal 1893 al 1918.

Il bacio tra questi due amanti non è propriamente dettato dall’amore, o meglio sembrerebbe più che altro una lotta fra i due. Anche nella loro posizione si può già intravedere una certa irrequietezza. I due sono addossati sulla parte destra del quadro vicino ad una finestra di un locale pressoché spoglio, con pareti disadorne. Fuori dalle finestra è possibile notare delle vetrine con luci accese e alcune persone che passano davanti ad esse. I due personaggi rappresentano la perdita dell’identità: l’uomo e la donna personificano la tensione del desiderio di amare e della paura di amare; proprio per tale ragione cercano di fondersi l’uno con l’altra, annullandosi quasi, senza riuscire a distinguere le singole figure. In ciò è evidente la solitudine che Munch ha provato nel corso della sua esistenza. L’uomo è posto di profilo con un abito blu da cui s’intravede il colletto di una camicia bianca e abbraccia la donna; quest’ultima ha il viso volto verso di lui e indossa un abito nero caratterizzato da una scollatura. Il colore del dipinto è prevalentemente il blu nelle sue varie sfumature e queste tonalità fredde fanno pensare alle atmosfere fredde del nord.

4. “Gli Amanti” di René Magritte
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“Non avevano bisogno di guardarsi negli occhi, bastava che si avvicinasssero e che le loro labbra si toccassero per esprimere tutto l’amore che provavano. Come cechi, ricercavano costantemente il contatto l’uno con l’altra poiché rappresentava l’essenza del loro spirito”.  

“Gli Amanti” risale al 1928, le dimensioni sono 54×73 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso il Museum of Modern Art di New York.

In molti dipinti di Magritte sono presenti l’uomo e la donna con il volto scoperto o coperto da lenzuoli come in questo caso. Si pensa che quest’ultimo particolare sia dovuto al suicidio della madre dell’artista, che ebbe luogo nel 1912 quando egli aveva 14 anni, la quale si gettò nel fiume Sambre con una camicia da notte avvolta sulla testa.

Il quadro raffigura un bacio tra un uomo e una donna che hanno il volto coperto da dei leggeri drappeggi bianchi. Si possono considerare delle figure pressoché anonime. Lo sfondo è bluastro-grigiastro e sulla destra vi è una parete rossa dal bordo celeste molto chiaro. Siamo nel periodo del Surrealismo, per cui è probabile che Magritte abbia dato spazio alla dimensione onirica e irrazionale che si riscontra nei colori, soprattutto dei drappeggi che sono quelli che danno luce al dipinto. Inoltre, una cosa importante è la comunicazione attraverso il corpo, dunque una comunicazione non verbale. Ciò indica l’andare oltre la semplice visione.

Ci sono diverse interpretazioni: una tra le tante è che i due siano prigionieri della morte e che probabilmente siano prossimi ad essa. Questo è accentuato anche dal rosso della parete e dell’abito della donna che rappresenta il sangue e quindi anche la morte.

5. “A letto, il Bacio” di Henri de Toulouse-Lautrec

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“Per i due era sempre bellissimo dopo una giornata stressante ritrovarsi a letto durante la notte. Si dedicavano a vicenda del tempo prezioso: si amavano, si perdevano in un abbraccio e non smettevano di baciarsi finché non arrivavano al bacio della buonanotte”.

“A letto, il bacio” risale al 1892 ed è un dipinto appartenente al Post-Impressionismo. Lautrec, avendo vissuto a Parigi, era entrato a contatto con la vita notturna e soprattutto con i bordelli nei quali era libero di essere se stesso, dal momento che non veniva accettato a causa della sua menomazione fisica. In quei luoghi (perfino al Moulin Rouge), si concentrò molto a scrutare le donne, il loro ruolo. In particolar modo, volse il suo sguardo alle prostitute omosessuali, le quali erano imprigionate nel loro mestiere che non gli consentiva di essere se stesse. Gli unici momenti liberi che avevano erano a fine serata, dopo aver ricevuto tutti i clienti. In merito a tutto ciò, Lautrec si dedicò a dipingere dei quadri che le rittaessero nella loro reale natura. “A letto, il bacio” è uno di essi. Si presume, difatti, che siano due donne a scambiarsi un tenero bacio dopo una giornata trascorsa a soddisfare i clienti (anche se io personalmente li ho sempre visti come un uomo e una donna perché la figura sulla destra non sembra affatto una donna!). Per cui, l’intento dell’artista era quello di catturare un momento vero, abbandonando ogni ipocrisia e ogni finzione.

6. “The italialian plaza” di Ron Hicks

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“In piazza, sotto gli occhi dei passanti, si baciavano come se non potessero più attendere dopo qualche ora che avevano trascorso lontano l’uno dall’altra e come se non potessero farlo in nessun altro luogo se non lì, dal momento che non era loro permesso stare insieme”.

The italian plaza” raffigura due giovani, probabilmente italiani, che si scambiano un bacio in piazza noncuranti dei passanti. Uno scenario piuttosto tradizionale con colori chiari e neutri. I due sembrano quasi nascosti in un angolo della piazza e lo si capisce dall’arco che indica un’entrata, una specie di piccola galleria. Contro le pareti vi sono delle biciclette e due passanti che stanno per uscire dall’arco. Ispira anche un non so che di campagnolo.

7. “Compleanno” di Marc Chagall

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“Lei desiderava che fosse tutto perfetto. Aveva preparato ogni cosa: un dolce, dei fiori e adesso attendeva solamente lui per riempirlo di baci e di affetto”.

“Compleanno” è un dipinto molto dolce che Chagall dedica alla sua prima moglie defunta, di nome Bella, che amava profondamente. La moglie raccontava che mentre lei stava preparando tutto quanto per il compleanno del marito, quest’ultimo le disse che voleva immortalare questo momento con un dipinto. Il quadro raffigura, difatti, i due sospesi in aria e lui cerca di baciarla assumendo una posizione impossibile. A mio parere, questo particolare indica che l’artista avrebbe sempre baciato la moglie, in ogni circostanza e ad ogni costo. L’immagine esprime felicità, serenità che la donna era in grado di trasmettere al marito. Se osservate, è chiaro che si tratti di un compleanno o ad ogni modo di un’occasione importante: vi è una ciambella, con un coltello accanto, pronta ad essere tagliata e gustata e Bella tiene un mazzo di fiori tra le mani. I colori prevalenti sono il rosso e il nero e arricchiscono l’atmosfera conferendo accoglienza alla casa e rendendo l’osservatore quasi un invitato a tale festa.

8. “Café Lovers” di Joseph Lorusso

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“Lui la baciò e si strinsero forte nonostante si trovassero in un luogo pubblico. Avevano bevuto del vino, avevano parlato di molte cose e abitavano trascorrere del tempo insieme. Esistevano solamente loro due e tutto il resto era in secondo piano”.

“Cafè Lovers” è un dipinto di dimensioni 24×26 centimetri ed è stato realizzato con la tecnica olio su tela.

I dipinti di Lorusso sono spesso caratterizzati da questi colori chiari che riescono a trasmettere calore e dunque anche passione. Il quadro raffigura un uomo e una donna seduti a un tavolo di un bar (scena molto ricorrente) che si baciano e si perdono completamente, come potete notare. Un elemento importante e che si ritrova spesso nelle opere di Lorusso è il vino che rappresenta proprio l’atto di ubriacarsi e più nello specifico di ubriacarsi d’amore, l’uno dell’altra. Una passione sconfinata che emerge anche dal colorito dei volti dei personaggi che è spesso molto roseo per via del vino. L’artista raffigura più che altro soggetti comuni ma soprattutto la quotidianità: tutti quei gesti che possono risultare banali ma che in realtà sono carichi di significato e di importanza.

9. “Back where you belong” di Jack Vettriano

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“Lui tornò da lei poiché aveva capito che gli era impossibile starle lontano e che lei apparteneva al suo cuore. La prese in braccio e per farsi perdonare le donò un mazzo di rose rosse, simbolo del suo sincero amore, in cambio del suo perdono. Lei non desiderava altro”.

“Back where you belong” è un dipinto nitido che ricorda le classiche scene che vediamo nei film romantici. Un uomo prende in braccio la sua donna, probabilmente tornando a casa, e le regala un mazzo di rose. Si baciano e sembrano davvero felici. Appaiono come i classici individui in carriera. I colori sono molto acceso e prevalgono il rosso e l’arancione che danno un’incredibile luminosità alla scena. Una valigia su un tavolo rappresenta probabilmente un rientro da lavoro o un ritorno dalla propria amata.

10. “Bacio nel parco” di Leonid Afremov

Leonid Afremov, Bacio nel parco

“La pioggia scendeva incessante ma nonostante ciò unirono le loro labbra mentre riparavano sotto lo stesso ombrello. Al parco l’asfalto era freddo e bagnato ma il loro amore li scaldava facendoli sentire come a casa dinanzi a un fuoco scoppiettante”.

“Bacio al parco” è uno dei tanti dipinti di Leonid Afremov, un impressionista contemporaneo, che illuminano lo sguardo di chi li osserva. Tale dipinto raffigura due giovani a un parco mentre si scambiano un bacio sotto un ombrello. Una scena romantica che trasporta in un’altra dimensione. Nei quadri di Afremov vedrete sempre tutti questi colori che somigliano quasi un arcobaleno e che formano questo gioco di luci incredibile. Mi ricordano quasi delle caramelle! E nonostante i colori, la bravura del pittore sta nel saper rendere comunque evidente l’asfalto bagnato. Davvero incantevole.

Spero che questo articolo sia stato di vostro gradimento e che vi abbia anche aiutato a scoprire qualche altra opera d’arte, del tutto nuova ai vostri occhi. Trovo tali dipinti semplicemente meravigliosi e credo che ognuno di essi sia in grado di suscitare un’emozione diversa e ciò è dovuto a vari fattori. Il bacio è uno degli elementi più importanti nel mondo dell’arte, direi uno dei fattori portanti che si sublima nell’unione tra uomo e donna. Vi auguro di dedicare ogni giorno le vostre attenzioni e i vostri baci alla persona che amate e alle persone a voi più care.

Buon San Valentino e un grande abbraccio a tutti! 🙂

Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

La festa dei morti in Sicilia

Salve!

Oggi parleremo della commemorazione dei defunti in Sicilia, delle credenze che le ruotano intorno. Tutto ciò è sempre tratto dal libro “Les fluides d’Aristote” di Salvatore D’Onofrio.

In Sicilia, nella notte tra l’1 e il 2 Novembre è usanza far trovare ai propri bambini dei regali (che possono essere dei giocattoli, ad esempio) associati a della frutta secca, frutta fresca, frutta martorana, a vari dolci e a dei biscotti definiti “ossa dei morti”, il cui nome preciso è Moscardini; tuttavia, vengono anche definiti in tanti altri modi.

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“Fonte immagine: Google”

Questi doni vengono portati ai bambini mentre questi ultimi assistono alla messa di commemorazione dei defunti. Ai bambini viene detto che sono stati appunto i propri cari morti a portar loro questi regali. Vengono posti in varie zone della casa, perfino all’interno delle scarpe ai piedi del letto, così che il bambino la mattina seguente effettui una sorta di caccia al tesoro.

I biscotti che vedete in foto sono molto duri e sono una sovrapposizione di farina e zucchero. Sono costituiti da una parte inferiore rossastra che sarebbe lo zucchero caramellato, mentre la parte inferiore sarebbe la farina. Quest’ultima parte è proprio posizionata, incastonata nella parte inferiore come se fosse un osso, appunto, visto anche il colore bianco. Essi profumano anche di cannella.

Ma non solo: è possibile lasciar delle pietanze pronte sul tavolo o sulla porta d’ingresso per i defunti. Inoltre, vi è ancora uso, nel corso del 2 Novembre, pranzare al cimitero dinanzi al proprio defunto e mettendolo al corrente di tutto ciò che è accaduto durante l’anno. Direi un po’ inquietante!

Come potrete notare, si viene a creare un vero e proprio legame tra vivi e morti, in particolare tra i defunti e i bambini, finchè questi ultimi non raggiungeranno la pubertà. Pare infatti che attraverso l’atto di mangiare questi doni commestibili, i bambini nutrano l’illusione che gli siano stati recapitati realmente dai cari defunti. In realtà, in seguito, i genitori stessi riveleranno che in realtà i morti erano vivi, ossia che erano stati loro a portare dei doni. Per cui i bambini effettuano un passaggio: dalla condizione di illusione alla condizione di consapevolezza.

Anche qui vi è una manipolazione simbolica, in particolar modo delle ossa. Difatti, i bambini mangiando determinati doni acquisiscono le qualità morali dei loro parenti vicini e inconsciamente anche il seme, ovvero la sostanza che indica la vita e che si trova (come abbiamo già detto nell’articolo sul latte di spalla e sul latte di cuore) nelle ossa. Giuseppe Pitrè, anch’egli antropologo palermitano, affermava infatti che il seme proviene dal midollo dell’osso della schiena, perchè il seme circola attraverso la colonna vertebrale per poi giungere al pene. Quindi, automaticamente, il seme viene visto anche come cibo per i bambini. Per tale ragione, nei biscotti “ossa dei morti”, secondo una credenza popolare la parte inferiore rappresenterebbe una bara. Ad Agrigento, invece, si pensa che la parte inferiore rossastra rappresenti la pelle.

Affinchè i bambini non vengano portati via dai defunti, li si invita a coprirsi fin sul capo durante la notte ma soprattutto di coprire i piedi poichè i morti potrebbero grattuggiarli; infatti, vengono nascoste le grattugie durante la notte dei morti! Se il defunto grattugia i piedi di un bambino, è come se vi fosse un ritorno alle ossa (è come se si raschiassero i piedi fino ad arrivare all’osso). Il bambino accetta questa sepoltura simbolica per non sacrificare i propri piedi una volta l’anno fino all’adolescenza. Antonino Buttitta, altro antropologo palermitano, diceva che i bambini per raggiungere la loro condizione di adulti, devono appunto morire simbolicamente.

Un’ultima cosa importante che voglio dirvi è che è necessario che non vi sia un rapporto vero e proprio tra i vivi e i morti, non deve esservi una contaminazione gli uni degli altri, bensì deve essere un legame implicito e simbolico che possa andare a vantaggio dei più piccoli.

Come al solito, ci sarebbe molto altro da dire! Non si finisce mai di sapere, di imparare in merito alle tradizioni della propria terra, come potrete vedere, ed è anche importante farle conoscere.

Un bacio a tutti! 🙂

Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

 

Vaso con dodici girasoli e Notte stellata di Vincent Van Gogh

Buon pomeriggio!

Questo è il primo articolo di arte che scrivo su questo blog e oggi voglio analizzare con voi due dei dipinti più famosi e importanti di Vincent Van Gogh: mi riferisco a “Vaso con dodici girasoli” e “Notte stellata”.

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“Vaso con dodici girasoli” risale al 1888-1889 circa, le dimensioni sono 91×72 centimetri, è stato realizzato con la tecnica olio su tela ed è ubicato presso il Neu Pinakothek di Monaco di Baviera, in Germania.

Van Gogh dipinse vari quadri che ritraevano dei girasoli. L’autore si era stabilito ad Arles nel 1888: apprezzava il clima, la sua nuova casa ma nonostante ciò sentiva la solitudine impadronirsi di sè. Per tale ragione, decise di invitare l’amico Gauguin e durante l’estate, in attesa del suo arrivo, iniziò a dipingere diverse tele aventi come soggetto proprio i girasoli per adornare la camera dell’amico. Addirittura, in una lettera al fratello Theo, disse che vi si dedicava ogni giorno e fin dall’alba. Gauguin, una volta giunto, non si trovò molto bene e non apprezzò il luogo, per cui dopo poco tempo lasciò Arles.

All’interno del vaso sono presenti dei girasoli appena sbocciati e altri appassiti, come potete vedere. Ciò potrebbe indicare da un lato l’allegria e il buon umore, dall’altro la tristezza. Ma, a quanto pare, Van Gogh stesso sempre in alcune lettere al fratello smentì tutto ciò, affermando anzi che dipingere girasoli in varie sfaccettature gli destava gioia, visto anche il clima molto soleggiato del sud.

Osservate i colori utilizzati, sono pressochè quattro: celeste, giallo, marroncino e verde. Con sole quattro tinte è riuscito a creare un capolavoro. In tale dipinto vi sono due elementi particolari: intanto, scrutando bene il quadro, vi accorgerete di alcuni “graffi”, dovuti al fatto che Van Gogh picchiettava il dipinto con il manico del pennello stesso, come se stesse scolpendo qualcosa (ciò conferisce ulteriore espressività e realismo al quadro); l’altro elemento è l’utilizzo del pigmento giallo cadmio che il pittore utilizzava in diverse opere.

Personalmente, questo dipinto mi fa sentire a casa. Mi sembra di vedere proprio una di quelle classiche casupole di campagna spesso adornate da fiori e via dicendo. Però, a mio parere, nonostante l’autore lo abbia smentito, vi sono anche dei tratti di malinconia, in particolar modo nei boccioli appassiti. Sappiamo perfettamente che Van Gogh provava molta tristezza dentro di sè e si sentiva spesso solo, dunque è probabile che neanche si rendesse conto di dipingere determinati particolari per tale motivo. Semplicemente stupendo.

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“Notte stellata” risale al 1889, le sue dimensioni sono 72×92 centimetri, la tecnica utilizzata è olio su tela ed è ubicato presso il Museum of Modern Art di New York.

Pare che in seguito al fatto che si fosse tagliato un orecchio, Van Gogh abbia accettato di farsi ricoverare presso il manicomio di Saint-Paul-de-Mausole, vicino a Saint-Rémy de Provence. In questo periodo, un giorno egli si soffermò a osservare il panorama dalla sua finestra e ne rimase ammaliato, tanto da volerne fare un dipinto. Tuttavia, ciò che vediamo non corrisponde esattamente alla realtà poichè il pittore ha voluto includere anche la sua fantasia, rendendolo quasi una visione onirica e suggestiva.

I colori prevalenti sono il blu e il giallo, caratterizzati da pennellate piuttosto leggere che conferiscono raffinatezza al dipinto. Abbiamo tre parti principali: quella sinistra in cui appare il cipresso, quella destra dove vi è il paese e il cielo.

Per quanto riguarda la parte sinistra, possiamo vedere questo cipresso nero con qualche sfumatura marrone che si innalza sembrando quasi una fiamma ardente; sulla destra abbiamo le case (qualcuna ha anche la luce accesa e fra di esse vi è una chiesa di cui si nota il campanile), una vegetazione di ulivi e le Alpilles (un’importante catena montuosa del Meridionale francese), però non si sa con precisione di quale località si tratti; su nel cielo a catturare l’attenzione dell’osservatore sono le stelle che si presentano come dei vortici.

Quando Van Gogh osservò il panorama dalla finestra, fu colpito in particolar modo da Venere o la Stella del Mattino. La notte stava quasi facendo posto all’alba. Questo dipinto più che esprimere un sogno, pare voglia far riferimento al sublime, alla grandezza della natura che ritroviamo anche in Caspar David Friedrich (ad esempio in “Viandante sul mare di nebbia”) dinanzi alla quale l’uomo si sente piccolo e inadeguato. Ma soprattutto il sentimento che suscita è quello della desolazione.

Io penso che stavolta l’autore volesse sprigionare tutta la sua malinconia e che proprio grazie ad essa è riuscito e riesce a farci sognare con quest’opera, tanto che viene utilizzata anche per fabbricare dei gadgets, se vi è capitato di vederli. Personalmente, potrei fissarlo per ore e mi rimanda all’immensità, all’infinito. D’altronde, molto spesso è proprio dall’angoscia e dalla malinconia che si riesce a trarre le cose più belle.

Un abbraccio a tutti! 🙂

Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Arte e Realtà

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Buonasera,
Ringrazio @helios2012 per l’idea di questo articolo: qual è stato il rapporto tra l’arte e la realtà nel corso della storia? Vedrete che si tratta di un percorso tutt’altro che lineare.

Età Classica. Gli antichi consideravano la realtà che ci circonda perfetta, poiché vi intravedevano precisi rapporti matematici e geometrici. L’arte doveva dunque imitare tale perfezione, e ogni novità od originalità veniva considerata come un “allontanamento” da questa perfezione. La pensava così Aristotele, ma anche gli Stoici. Ad esempio, Posidonio ammirava la forma, il colore del mondo e l’abbondanza di stelle. Invece già si facevano sentire le prime voci di disaccordo tra gli Scettici. Cicerone tuttavia, in età romana, continuava a pensare che l’arte non potesse dare nessun contributo a tale bellezza ancestrale.

Un caso distinto fu quello di Platone: per lui l’arte è solo la riproduzione fittizia, illusoria, di quello che i nostri occhi vedono. Una concezione dunque molto negativa.

Nel Medioevo vi furono inizi di una nuova idea, secondo me validissima: l’arte e l’universo possiedono due modi di agire diversi, e belli ugualmente. Questo fu ad esempio il pensiero di Riccardo di San Vittore. Anzi, così come il mondo è stato creato da Dio, allo stesso modo anche l’arte non è altro che un dono divino che va dunque valorizzato. E’ dalla penna di Dante Alighieri che nasce un’espressione meravigliosa: lui scrisse infatti nell’undicesimo canto dell’Inferno: “Sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote”, cioè l’arte è davvero vicina alla perfezione divina.

Lungo questa scia si pose più tardi Leonardo da Vinci, anche se durante il Barocco si preferì riporre l’attenzione su virtù razionali e immateriali. In seguito si pensò poi che l’arte dovesse imitare la realtà, ma dovesse anche apportare il suo contributo. Era questa la posizione del Vasari e anche di Hegel. Goethe pensava che nell’arte le leggi dell’universo si esprimessero ancor meglio di quanto avvenga nella realtà, in modo supremo. Sicuramente si cominciava a capire che l’arte prende spunto dal modello, ma non si ferma a imitarlo. Essa va oltre, “simula” ma allo stesso tempo “crea” qualcosa di completamente nuovo. Al giorno d’oggi, però, ci si è allontanati da questa idea e si ricerca un’arte pressoché astratta, scollegata dal mondo, onirica.

E voi, quale rapporto pensate che debba avere l’arte con il mondo reale? E che dire della finzione cinematografica? Riesce la cornice di un quadro a fungere da “muro”, da “barriera”, tra la fantasia e la vita?

Antonio

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

“Casa”

Fuori il vento soffia prepotente,
La pioggia picchia sulla finestra,
Mentre io e te siamo stretti
L’un l’altra;
Il tuo calore e il tuo respiro
Mi pervadono;
Il profumo della tua pelle,
Così dolce e intenso;
Ad avvolgerci una coperta
Ma a me bastano le tue
Braccia per sentirmi al sicuro;
Sole che scaldi i miei giorni
E le mie notti;
La luce soffusa illumina il
Tuo volto, i tuoi occhi splendenti come diamanti,
Ed io inizio a sognare;
La tua voce è una soave melodia
Che ascolterei per ore;
Sei affascinante inverno, sei l’alba
Che risveglia, sei casa;
Una casa alle quale voglio
Sempre far ritorno”. 

Giulia 

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Eryngium alpinum

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Buonasera!

Come promesso, volevo condividere con voi il piacere di approfondire un argomento al giorno d’oggi molto trascurato: il mondo della botanica. No, non intendo avere un approccio scientifico. Voglio solo fare come un viandante che percorre antichi sentieri di montagna e si imbatte come per caso in meraviglie di cui ignorava l’esistenza.

E se anche voi foste dei viandanti che viaggiano attraverso le Alpi, sicuramente vi imbattereste in questa creatura quasi magica: è l’Eryngium alpinum. Viene chiamata anche la Regina delle Alpi, poiché è divenuta per la sua bellezza un vero e proprio simbolo di quest’area climatica. Cresce in terreni liberi, dove non vi sono altri arbusti. Anche se può sembrarlo, non è un fiore unico, ma quest’effetto è dato dalle tante “brattee” di colore blu e violetto. Le brattee sono quegli elementi dall’aspetto spinoso e flessibile che si vedono nell’immagine. Questi fiori sbocciano da metà estate all’inizio dell’autunno, e se li ponete sotto la luce del sole, la loro tonalità blu diverrà ancora più intensa.
A me, personalmente, piace tantissimo il suo colore ed il suo aspetto, mi ricorda quello di una delle tante stelle che si possono vedere con chiarezza quando ci si reca in montagna.
Purtroppo questa è una specie in pericolo, poiché molti esemplari vengono raccolti per il commercio delle loro inflorescenze. Per fortuna però vi sono diversi esemplari coltivati in giardino.
Che effetto vi fa ammirare i suoi colori? Immaginate di vagare tra le alte vette delle Alpi e di trovarvi dinanzi a essa, lontani dalla frenesia della città, in compagnia soltanto del vento che soffia impetuoso. Questa, secondo me, è la definizione di “Sublime”.

Antonio

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018
Fonte immagine: Google

Latte di spalla e latte di cuore

Buonasera!

Il primo argomento di Antropologia che intendo proporvi è ciò che vedete scritto nel titolo. Avete capito bene. So che può risultare strano leggere “latte di spalla e latte di cuore” ma siamo qui per questo, no? Per imparare e per approfondire.

Intanto, una piccola premessa: gli argomenti di cui parlerò saranno tratti da un libro in particolare, almeno per il momento. Mi riferisco al libro in lingua francese intitolato “Les fluides d’Aristote: lait, sang et sperme dans l’Italie du Sud” (“I fluidi di Aristotele: latte, sangue e sperma nell’Italia del Sud”) di Salvatore D’Onofrio, antropologo e insegnante di Antropologia e cultura materiale presso l’Università di Palermo. Vi domanderete il motivo per cui non sia scritto in italiano. Ebbene, l’autore è una persona piuttosto influente in Francia e per tale ragione ha scritto diversi libri in francese, ma naturalmente anche in italiano.

Innanzitutto: perché ci si riferisce ad Aristotele? Il filosofo ha criticato due teorie in particolare, ossia quella di Empedocle, secondo cui la distinzione tra maschio e femmina è da rapportare al calore e al freddo dell’utero, e quella di Anassagora secondo cui la differenza sessuale ha origine da un principio di spazializzazione del corpo, ossia che il maschio viene da destra e la femmina da sinistra esattamente come nell’utero i maschi si trovano sulla destra, mentre le femmine sulla sinistra. Aristotele cerca di dare una spiegazione a tali opposizioni affermando infine che effettivamente la parte destra del corpo è più calda (quella maschile) rispetto alla sinistra poiché lo sperma che ha subito un processo di maturazione è più caldo; dunque, più è consistente, più è fecondo. Inoltre, secondo Aristotele tutto ciò non fa che confermare la superiorità dell’uomo sulla donna, in quanto lo sperma anima la materia che è nel corpo della donna, ossia il flusso mestruale. Naturalmente, il latte è strettamente collegato a questi due fluidi poiché rappresenta un elemento fondamentale prodotto dalla donna che andrà poi a nutrire il bambino. Ma anche in questo caso, Aristotele lascia trapelare la sua concezione maschilista perché sostiene che il sangue mestruale si coagula grazie all’influenza del seme dell’uomo e tutto ciò porta chiaramente a produrre un buon latte poiché la natura del latte è uguale a quella delle mestruazioni. Per cui, tutto dipenderebbe dall’uomo.

Andiamo nello specifico a vedere cosa sono il latte di spalla e il latte di cuore.

Nell’antica Sicilia, soprattutto nei paesi, le donne affermavano di allattare dalla spalla o dal cuore. È solamente una credenza, naturalmente, però le donne sembravano realmente convinte. Dicevano di sentire un formicolio sulla spalla. Era quasi come se il latte si facesse strada dalla spalla al seno, per esempio. Tutto ciò ha una valenza assolutamente simbolica. Difatti, il latte di spalla era associato all’uomo, dal momento che le spalle di un uomo indicano virilità, mentre quello di cuore era associato alla donna. Non solo: quest’ultimo era ritenuto un latte di cattiva qualità poiché il cuore è associato all’amore ma anche a sentimenti negativi quali paura, sofferenza e così via, che possono contaminare il latte provocando dei malesseri nel neonato; per questo motivo è un latte salato di consistenza acquosa, a differenza del latte di spalla che è dolce e piuttosto denso e apporta il giusto nutrimento al neonato, consentendogli perfino di dormire bene. Addirittura una donna siciliana ha affermato che si sente un formicolio, come vi dicevo prima (nel caso del latte di spalla) e a volte il latte scende in modo talmente rapido verso il seno che il bimbo rischia quasi di soffocare. Vi è anche una disuguaglianza sessuale che va sempre a coincidere con il principio di mascolinità, perché una donna che ha generato una figlia non avrà un buon latte, viceversa se si tratta di un figlio.

Pensate che vi era anche la credenza secondo cui per capire il sesso del neonato, e di conseguenza di quale latte si trattasse, durante una gravidanza, si usava prendere una moneta, bagnarla di latte materno e lanciarla verso una parete: se la moneta scivolava verso il basso si trattava di una femmina e del latte di cuore vista la consistenza acquosa, mentre se restava appiccicata alla parete, si trattava di un maschio e del latte di spalla data la consistenza più corposa!

In tutto ciò, come avrete potuto comprendere, vi è una manipolazione simbolica dei fluidi che continueremo a vedere nel corso degli altri articoli.

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire ma finirei per dilungarmi troppo!

Voglio mostrarvi adesso il dettaglio di una foto, tratta dal libro (una parte è riservata a delle immagini che si riferiscono ai temi trattati), di un dipinto che ho anche visto personalmente presso il Museo diocesano di Palermo, volto a raffigurare proprio l’argomento di cui vi ho parlato:

La Madonna che allatta il bambino dalla spalla. Guardate la raffinatezza dei dettagli e dei colori e il seno simbolico sulla spalla. Io lo trovo molto bello e particolare.

Spero abbiate gradito questo primo articolo di Antropologia. Fatemi sapere cosa ne pensate.

Un bacio a tutti! 🙂

Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Libero Emisfero

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Buonasera!

Giulia, la mia fidanzata coautrice di questo spazio web, cura personalmente anche questo interessantissimo blog su WordPress: si chiama Libero Emisfero.

Questo è il link:  Libero Emisfero
Facebook:  Libero Emisfero Facebook

Il titolo racchiude l’essenza di questa iniziativa: lei trova che sia affascinante il modo in cui il nostro cervello elabori diversamente le informazioni che riceve. L’emisfero sinistro si comporta in modo più razionale e scientifico. Invece quello destro è la sede della fantasia, della creatività molto spesso irrazionale. L’emisfero destro può rappresentare per l’uomo una fonte di incredibili sorprese. Non a caso questo blog parla di arte, di filosofia, di letteratura e poesia. Giulia ama immergersi nel mondo della cultura per far conoscere a tutti ciò che la mente umana è in grado di creare, in tutte le sue forme.

Scoprirete che vi sono molte analogie tra i due blog. La curiosità è la stessa, le prospettive sono leggermente differenti. Buona lettura!

Antonio

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

 

Ma che c’entra?

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Buongiorno!

Vorrei proporre adesso un’altra categoria del nostro blog. Vorrei dedicare uno spazio anche alla riflessione sulle piante e sugli animali, quasi scientifica, con intenti conoscitivi. Soffermandoci anche sugli ambienti in cui essi vivono.
Si potrebbe pensare che un blog letterario non dovrebbe parlare di simili argomenti… ma è proprio questo il tabù che voglio superare. Solo conoscendo la bellezza della Natura possiamo elaborare una letteratura più bella e più viva. Se riusciamo a entrare in sintonia con la Natura, anche l’umanità stessa infatti potrà stringere al suo interno legami sempre più vivi e meno freddi, meno virtuali, meno artificiali. Da tutto questo non può la cultura trarne solo giovamento?

A presto,

Antonio

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Radici

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Buonasera!

Io, Giulia, in questo blog mi occuperò di arte, di letteratura, di poesia (anche poesie scritte da me) e di antropologia.
Voglio proprio parlarvi di quest’ultima disciplina che, purtroppo, non tutti conoscono. Io stessa sto avendo modo solo adesso di approfondirla e devo dire che la adoro.
L’antropologia è lo studio incentrato sull’uomo e dunque anche sulle usanze e i costumi che appartengono a ciascun luogo. Essa è il frutto delle nostre radici, siamo noi.
Questo studio è piuttosto interessante e a me, personalmente, ha affascinato e incuriosito fin dal primo istante. Vi parlerò delle credenze e delle usanze dell’antica Sicilia, la mia regione di provenienza di cui vado fiera, che persistono ancora oggi tra alcune famiglie; è importante coglierne e saperne il valore simbolico, ed è anche su questo aspetto che ci concentreremo.
Tuttavia, l’antropologia è qualcosa che si sente dentro oppure no nel momento in cui ci si approccia a essa. Non tutti riescono a comprenderla o ad apprezzarla ed io spero davvero di riuscire a trasmettervela nel modo più chiaro, scorrevole e piacevole possibile (così come le altre discipline che tratterò).

Un abbraccio a tutti!

Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Sonetto 1.36

Jacopo da Lentini

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Il fascino che mi pervade quando leggo poesie come questa è indescrivibile, mi sembra quasi che la mia stessa anima ne tragga il suo nutrimento. Proverò adesso a scrivere in prosa il testo di “Madonna à ’n sé vertute con valore”, di Jacopo da Lentini, anche se sicuramente si tratta di un’interpretazione personale che non ha intenti filologici o didattici. Sicuramente nessuna prosa può eguagliare la poesia del Notaro, ma questo può essere un modo per dare una veste nuova a parole che per alcuni possono essere poco comprensibili e misteriose.

 

La donna che io amo possiede in sé
una virtù d’animo di enorme valore.
Ben poco vale, a confronto,
la gemma più preziosa.
Ella è per sua natura così speciale,
che le bastò uno sguardo
per possedere il mio cuore.
La sua bellezza splende
più di quanto possa fare la luce del Sole,
più del bagliore più intenso,
e nessun’altra donna può eguagliarla.
In lei tutto è bello, non potrebbe esistere
una creatura più perfetta;
ed io son sicuro che se Dio
la dovesse creare di nuovo,
non potrebbe dar vita a nulla di più eccelso!

Testo originale:

Madonna à ’n sé vertute con valore
più che nul’altra gemma prezïosa:
che isguardando mi tolse lo core,
cotant’è di natura vertudiosa.

Più luce sua beltate e dà sprendore
che non fa ’l sole né null’autra cosa;
de tutte l’autre ell’è sovran’e frore,
che nulla apareggiare a lei non osa.

Di nulla cosa non à mancamento,
né fu ned è né non serà sua pare,
né ’n cui si trovi tanto complimento;

e credo ben, se Dio l’avesse a fare,
non vi metrebbe sì su’ ’ntendimento
che la potesse simile formare.

 

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Poesie Antiche

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Mi piacerebbe molto dedicare parte degli articoli alle poesie meravigliose dei poeti antichi e medievali. In questi testi io scorgo sempre sentimenti davvero unici, quasi trascendenti, che mi affascinano da molti anni. Vedo in questi testi un tipo di amore infinito e intensissimo, contrariamente a quanto ci propongono i tempi attuali.
Vorrei pubblicare le poesie che più mi appassionano, e poi proporre anche una rilettura del testo personale e soggettiva. Voglio “parafrasare” il testo in modo quasi narrativo, per immergermi nel pensiero e nei sentimenti che animavano il poeta prima che li pubblicasse sotto forma poetica.

Spero che questa idea vi possa piacere!

Antonio

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018

Cristalli in Ombra

Cristalli in Ombra

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Vorrei parlavi del titolo che abbiamo scelto. Quali sono questi cristalli che si nascondono nell’ombra?
Si tratta dei tesori celati sotto gli strati di indifferenza della società. Opere d’arte, testi ispirati, poesie che ci fanno sognare. Sicuramente tutti apprezzano questi “cristalli”, ma allora come mai giacciono nell’ombra? La risposta è semplicissima: perché oggi siamo sommersi dalle luci. Lo schermo della Smart TV, quello del computer o dello Smartphone, le luci delle vetrine, e mille altri tipi diversi. Il nostro occhio, la nostra mente, sono costantemente distratti da queste invenzioni commerciali efficacissime e da innumerevoli stimoli fuorvianti. E intanto la vera Bellezza è perduta nell’oscurità. Recuperiamola insieme.

Antonio e Giulia

© Antonio Gaeta & Giulia Di Fresco 2018